Anche e bacino bloccati: cosa ci racconta il sistema nervoso?
Tra rigidità, tensioni quotidiane e movimento consapevole: imparare ad ascoltare il corpo, senza pretendere continuamente qualcosa da lui.
Mi capita spesso, durante le lezioni di yoga, di incontrare persone che arrivano con le anche rigide, il bacino poco mobile e una certa difficoltà a lasciarsi andare nei movimenti.
A volte sono proprio loro a dirmelo: «Io le anche le ho completamente bloccate». Altre volte se ne accorgono soltanto durante la pratica, quando propongo un movimento semplice, magari una piccola oscillazione del bacino o una posizione che richiede un po’ di mobilità.
Quello che mi colpisce non è tanto la rigidità in sé, quanto la sorpresa con cui molte persone la scoprono.
Come se quella parte del corpo fosse rimasta per molto tempo fuori dalla loro attenzione.
E spesso, soprattutto parlando con le donne, mi ritrovo ad ascoltare racconti di giornate piene, responsabilità, pensieri che non si fermano mai, una continua necessità di essere presenti per tutto e per tutti.
Mi sono chiesta più volte quanto il nostro modo di vivere possa influenzare anche il nostro modo di muoverci.
Perché le anche e il bacino non sono soltanto articolazioni, muscoli e tessuti. Sono anche parti di un corpo il cui movimento viene continuamente regolato dal sistema nervoso.
E forse vale la pena provare a comprendere meglio questa relazione.
Quando la tensione diventa qualcosa a cui ci abituiamo
Pensiamo a una giornata qualsiasi.
Ci alziamo, iniziamo a organizzare quello che dobbiamo fare, rispondiamo ai messaggi, lavoriamo, ci occupiamo della casa, dei figli, dei genitori, delle persone che contano su di noi.
A volte arriviamo a sera senza esserci fermate davvero.
E quando finalmente ci sediamo sul divano, pensiamo di essere rilassate.
Ma siamo sicure che lo sia anche il nostro corpo?
Magari abbiamo ancora le spalle sollevate, la mandibola serrata, l’addome contratto. Il respiro è superficiale e le gambe faticano a trovare una posizione comoda.
Non sempre ce ne accorgiamo.
Il corpo può sviluppare abitudini di movimento e di tensione che finiscono per sembrarci del tutto normali.
È importante però non confondere questa osservazione con una diagnosi: non ogni rigidità nasce dallo stress e non tutte le persone che vivono sotto pressione presentano tensioni muscolari.
Esiste, tuttavia, una relazione documentata tra sistema nervoso, stress, attività muscolare e percezione delle sensazioni corporee.
Ed è proprio questa relazione che trovo interessante quando accompagno una persona nella pratica.
Le anche non conservano le emozioni. Ma il sistema nervoso influenza il movimento.
Nel mondo dello yoga si sente spesso ripetere che le anche custodiscono emozioni, paure e traumi.
È un’immagine suggestiva, che può avere un significato simbolico, ma non esistono prove scientifiche che le emozioni vengano fisicamente immagazzinate nelle articolazioni o nei muscoli delle anche.
Quello che sappiamo è diverso, e secondo me ancora più affascinante.
Il sistema nervoso partecipa continuamente alla regolazione del tono muscolare, della postura, della coordinazione e della percezione del movimento.
Il cervello riceve informazioni dai muscoli, dalle articolazioni e dagli altri tessuti del corpo. Le integra con le esperienze precedenti, con il contesto in cui ci troviamo e con ciò che stiamo facendo.
Questo processo contribuisce a determinare come ci muoviamo e come percepiamo le sensazioni che accompagnano un movimento.
Anche gli stati di stress e di maggiore vigilanza possono influenzare l’attività muscolare e la percezione del dolore.
Ma attenzione: questo non significa che un bacino rigido sia necessariamente il segnale di un sistema nervoso in allerta.
La mobilità delle anche dipende anche dall’anatomia individuale, dalla struttura delle articolazioni, dalla forza muscolare, dalle abitudini di movimento, dall’età e da eventuali condizioni fisiche.
Non possiamo quindi osservare una persona che fatica ad aprire le anche e concludere che stia trattenendo qualcosa emotivamente.
Possiamo però chiederci come il suo sistema nervoso stia partecipando a quel movimento.
Il bacino: una regione del corpo che merita più attenzione
Quando parliamo di bacino, spesso pensiamo soltanto alla flessibilità delle anche.
In realtà è una regione complessa, coinvolta nella stabilità del tronco, nel movimento degli arti inferiori e in numerose funzioni corporee.
Al suo interno troviamo anche il pavimento pelvico, un insieme di muscoli che contribuisce al sostegno degli organi pelvici e partecipa alla continenza urinaria e intestinale e alla funzione sessuale.
Questi muscoli devono essere capaci non soltanto di contrarsi, ma anche di rilassarsi e coordinarsi.
E forse questa è una distinzione su cui riflettiamo troppo poco.
Siamo abituate a pensare che un muscolo debba essere forte. Molto meno spesso ci chiediamo se sia capace di lasciar andare una contrazione quando non serve più.
La ricerca scientifica ha osservato che, in alcune condizioni di dolore pelvico, possono essere presenti alterazioni dell’attività e del rilassamento dei muscoli del pavimento pelvico.
Questo non significa che la scarsa mobilità delle anche e la tensione del pavimento pelvico siano la stessa cosa. Sono aspetti diversi, che possono talvolta coesistere.
Ma ci ricorda che la capacità di rilassare un muscolo è importante quanto quella di attivarlo.
E che non sempre la risposta è fare più forza, stringere di più o allungare più intensamente.
Siamo davvero capaci di lasciarci andare?
Questa è una domanda che mi accompagna spesso durante le lezioni.
Non riguarda soltanto le anche.
Quante volte ci accorgiamo di trattenere il respiro mentre siamo concentrate?
Quante volte stringiamo i denti senza rendercene conto?
Quante volte continuiamo a fare qualcosa anche quando siamo stanche, perché fermarci ci sembra quasi una perdita di tempo?
Molte donne conoscono bene questa sensazione.
Essere sempre disponibili, attente, organizzate. Avere la testa già proiettata verso la prossima cosa da fare.
E a volte portiamo lo stesso atteggiamento anche sul tappetino.
Vogliamo riuscire a eseguire una posizione, raggiungere una determinata apertura, migliorare rapidamente.
Se il corpo oppone resistenza, pensiamo di dover insistere.
Ma siamo sicure che sia sempre necessario?
A volte il movimento ha bisogno di gradualità, non di maggiore intensità.
E forse possiamo cominciare a considerare la pratica non come un altro compito da svolgere bene, ma come uno spazio in cui osservare ciò che accade senza doverlo correggere immediatamente.
Perché forzare le anche non significa necessariamente renderle più libere
C’è un aspetto scientifico particolarmente interessante che riguarda lo stretching.
Quando miglioriamo la nostra mobilità, non sempre il cambiamento dipende soltanto dall’allungamento dei tessuti.
Le ricerche mostrano che può contribuire anche la cosiddetta tolleranza all’allungamento: la capacità di sostenere una certa sensazione di tensione durante un movimento.
In altre parole, il limite che percepiamo non dipende esclusivamente dalla lunghezza di un muscolo.
Conta anche il modo in cui quella sensazione viene elaborata dal sistema nervoso.
Questo non significa che ogni limite sia soltanto una questione di percezione o che si possa superare qualsiasi rigidità imparando a rilassarsi.
Significa che il movimento è il risultato di diversi fattori che interagiscono.
Pensiamo alla posizione della farfalla, Baddha Konasana.
Due donne possono sedersi nella stessa posizione e avere le ginocchia ad altezze completamente diverse.
Una potrebbe sentirsi comoda, l’altra avvertire una tensione intensa.
Non significa necessariamente che una sia più brava dell’altra o che quella con le ginocchia più alte abbia qualcosa da risolvere.
Le loro articolazioni, la loro anatomia, la loro esperienza del movimento e la loro sensibilità possono essere differenti.
E allora perché dovremmo chiedere a entrambe di raggiungere la stessa forma?
Durante una pratica di yoga, scegliere un supporto, ridurre l’ampiezza del movimento o modificare una posizione non significa arrendersi.
Significa riconoscere che il corpo non deve adattarsi a tutti i costi a un’immagine ideale.
Il respiro, il bacino e quella sensazione di spazio
Un altro elemento che mi piace osservare durante la pratica è il respiro.
Il diaframma, il principale muscolo respiratorio, e il pavimento pelvico partecipano insieme ai cambiamenti di pressione all’interno dell’addome.
Durante la respirazione, questi muscoli si muovono e si coordinano, anche se non sempre ne siamo consapevoli.
Non dobbiamo però immaginare che basti respirare profondamente per sciogliere una tensione pelvica o correggere una disfunzione.
Il rapporto tra respiro e pavimento pelvico è reale, ma non autorizza a considerare gli esercizi respiratori una soluzione universale.
Quello che possiamo fare, durante una pratica dolce, è utilizzare il respiro come occasione di osservazione.
Accorgerci se stiamo contraendo inutilmente l’addome.
Notare se interrompiamo il respiro quando un movimento diventa impegnativo.
Osservare se, diminuendo l’intensità, riusciamo a muoverci con maggiore comodità.
Senza cercare di provocare a tutti i costi un rilassamento.
Perché anche il rilassamento, quando diventa qualcosa che dobbiamo assolutamente ottenere, può trasformarsi in una nuova prestazione.
Nel NeuroYoga non cerchiamo un corpo perfetto
Nel mio modo di proporre lo yoga, e in particolare nel NeuroYoga, mi interessa il rapporto che una persona costruisce con il proprio corpo.
Non soltanto quanto riesce a piegarsi, allungarsi o mantenere una posizione.
Mi interessa come vive quel movimento.
Se riesce ad accorgersi di una tensione.
Se sa riconoscere quando un esercizio è troppo intenso.
Se può concedersi una pausa senza sentirsi inadeguata.
A volte lavoro con movimenti del bacino così piccoli da sembrare insignificanti.
Una lieve oscillazione in avanti e indietro. Un movimento circolare appena accennato. Un cambiamento di appoggio.
Non sono gesti magici e non hanno il potere di liberare emozioni nascoste.
Sono possibilità per esplorare la mobilità, la coordinazione e le sensazioni corporee in modo graduale.
E spesso, quando una persona smette di preoccuparsi di quanto dovrebbe riuscire a fare, comincia a prestare più attenzione a ciò che sta realmente sentendo.
Per me, questo è già un aspetto importante della pratica.
E se il punto non fosse aprire le anche?
Vorrei tornare a quelle persone che incontro durante le mie sessioni.
A quelle che mi dicono di avere il bacino bloccato.
A quelle che si sorprendono perché un movimento apparentemente semplice risulta difficile.
E soprattutto a quelle donne che arrivano sul tappetino dopo aver trascorso un’intera giornata a occuparsi di tutto, spesso lasciando sé stesse per ultime.
Vorrei che sapessero che non c’è niente di sbagliato nell’avere le anche rigide.
Non significa essere poco femminili, poco capaci di rilassarsi o emotivamente bloccate.
Non significa necessariamente che il corpo stia raccontando un trauma.
A volte c’è semplicemente bisogno di muoversi in maniera diversa. Altre volte entrano in gioco fattori fisici che richiedono attenzione specifica.
E qualche volta possiamo scoprire che, insieme al movimento, è utile cambiare anche il modo in cui ci rivolgiamo al nostro corpo.
Con meno giudizio.
Con meno aspettative.
Con un po’ più di curiosità.
Perché forse non abbiamo sempre bisogno di aprire di più le anche.
Forse, qualche volta, abbiamo bisogno di smettere di misurare quanto riusciamo ad aprirle.
E iniziare ad ascoltare quello che succede lungo il percorso.
Per approfondire:
Ingram et al. (2025), Mechanisms Underlying Range of Motion Improvements Following Acute and Chronic Static Stretching. Revisione sistematica e meta-analisi di 65 studi sul ruolo della rigidità muscolo-tendinea e della tolleranza all’allungamento nel miglioramento della mobilità.
Ricerca sul tono e sull’iperattività del pavimento pelvico. Utile per approfondire le alterazioni del tono muscolare in specifiche condizioni pelviche.
Can you breathe yourself to a better pelvic floor?. Approfondimento critico sulle relazioni tra respirazione, diaframma e pavimento pelvico.
