Albero in autunno con foglie dorate che cadono lentamente, simbolo del lasciare andare nello yoga.

Ottobre, il tempo di lasciare andare

C’è qualcosa di profondamente silenzioso nel mese di ottobre.

Le giornate si accorciano, la luce cambia, l’aria diventa più fresca. Gli alberi iniziano a spogliarsi, lasciando che le foglie, dopo aver attraversato la primavera e l’estate, tornino lentamente alla terra.

Eppure, osservandoli, c’è una cosa che mi colpisce: gli alberi non sembrano opporre resistenza.

Non cercano di trattenere le foglie che ingialliscono. Non si aggrappano a ciò che è stato. Seguono semplicemente il ritmo della stagione.

Noi esseri umani, invece, facciamo spesso molta più fatica.

Tratteniamo pensieri, aspettative, ricordi, paure. A volte continuiamo a portare con noi situazioni che non ci appartengono più, abitudini che non ci fanno stare bene o immagini di noi stessi che non corrispondono più a ciò che siamo diventati.

Forse perché lasciare andare ci mette davanti a qualcosa che non possiamo controllare: il cambiamento.

Lasciare andare non significa arrendersi

Nella pratica dello yoga incontriamo spesso il concetto di Aparigraha, uno degli Yama descritti negli Yoga Sutra di Patañjali.

Aparigraha viene generalmente tradotto come non possessività o non attaccamento.

Non significa rinunciare a tutto, diventare indifferenti o smettere di desiderare.

Significa, piuttosto, imparare a riconoscere quando il nostro bisogno di trattenere qualcosa diventa una forma di rigidità.

Possiamo essere attaccati a un risultato, a una relazione, a un’abitudine, ma anche a un’idea di come dovremmo essere.

E qualche volta il peso maggiore non è ciò che ci accade, ma lo sforzo continuo di voler mantenere tutto esattamente com’è.

Anche sul tappetino possiamo osservare questo meccanismo.

Quando cerchiamo di raggiungere a tutti i costi una posizione, quando pretendiamo dal corpo ciò che riusciva a fare ieri, quando giudichiamo una pratica perché non è andata come avevamo immaginato.

Lo yoga ci invita a esplorare una possibilità diversa: esserci, senza dover continuamente dimostrare qualcosa.

Anche il corpo conosce le stagioni

Ci sono giorni in cui ci sentiamo energici, leggeri, disponibili al movimento. Altri in cui il corpo chiede lentezza, riposo, ascolto.

Eppure facciamo fatica ad accettarlo.

Vorremmo avere sempre la stessa forza, la stessa energia, la stessa capacità di affrontare le giornate.

Ma il nostro corpo non è una macchina, e soprattutto non è immutabile.

Come gli alberi attraversano stagioni diverse, anche noi viviamo periodi di espansione e momenti in cui abbiamo bisogno di raccoglierci.

Nello yoga impariamo che ascoltare non significa necessariamente intervenire.

A volte possiamo semplicemente riconoscere una tensione, senza cercare subito di eliminarla. Accogliere un limite, senza trasformarlo in una sconfitta. Modificare una posizione, senza sentirci meno capaci.

È un modo diverso di abitare il corpo.

Un modo che lascia spazio a ciò che siamo oggi, invece di confrontarci continuamente con ciò che eravamo ieri.

L’autunno non è una perdita

Quando un albero perde le foglie, non sta rinunciando alla vita.

Sta attraversando un cambiamento necessario al proprio ciclo naturale.

Quello che ai nostri occhi può sembrare uno svuotamento è anche un modo per conservare risorse e affrontare i mesi più freddi.

Trovo che questa immagine abbia molto da insegnarci.

Non tutto ciò che finisce rappresenta un fallimento. Non tutto ciò che cambia deve essere recuperato. Non tutto ciò che lasciamo andare deve necessariamente essere sostituito.

A volte possiamo permettere a qualcosa di concludersi, senza avere immediatamente una risposta su ciò che verrà dopo.

E forse è proprio questa una delle pratiche più difficili: abitare lo spazio dell’incertezza senza sentirci obbligati a riempirlo.

Una piccola pratica per ottobre

Se ti va, ritagliati qualche minuto.

Siediti in una posizione comoda, lascia che le spalle si ammorbidiscano e porta l’attenzione al respiro.

Non cercare di modificarlo.

Osserva l’aria che entra e quella che esce.

Durante l’inspirazione, percepisci lo spazio che si crea nel corpo.

Durante l’espirazione, prova ad ammorbidire qualcosa: la mandibola, le spalle, le mani, oppure semplicemente lo sforzo di dover fare tutto nel modo giusto.

Non devi liberarti di un pensiero. Non devi cancellare un’emozione.

Puoi lasciare che ci siano, senza sentirti obbligato a seguirli.

E poi, con delicatezza, puoi porti una domanda:

Che cosa sto cercando di trattenere, anche se ormai mi costa fatica?

Non cercare necessariamente una risposta.

A volte basta lasciare aperta una domanda perché qualcosa, con il tempo, inizi a cambiare.

Come le foglie

Ottobre mi ricorda che non possiamo vivere sempre in primavera.

Non possiamo essere continuamente in crescita, in movimento, produttivi, pieni di energia.

Esistono anche stagioni più silenziose, nelle quali ciò che conta non è aggiungere, ma alleggerire.

Forse lasciare andare non è un gesto improvviso o una grande decisione.

Forse comincia da qualcosa di molto più piccolo.

Dal permetterci di essere stanchi senza giudicarci.

Dal riconoscere che abbiamo cambiato idea.

Dal non pretendere che il corpo risponda sempre nello stesso modo.

Dal smettere, almeno per un momento, di stringere ciò che non possiamo controllare.

Gli alberi non sanno quando cadrà l’ultima foglia.

E non hanno bisogno di saperlo.

Continuano a stare lì, con le radici nella terra, attraversando ciò che arriva.

Forse anche noi possiamo imparare a fare un po’ lo stesso.

Non dobbiamo lasciare andare tutto.

Possiamo semplicemente iniziare ad allentare la presa.

E vedere che cosa succede.

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