Donna seduta a terra con una mano sul petto, accanto a tappetino yoga, quaderno e computer, in un momento di ascolto e consapevolezza.

Quel bisogno di controllare tutto potrebbe non essere solo carattere

Ci sono persone che hanno bisogno di sapere.

Sapere a che ora si parte, quanto durerà il viaggio, dove si parcheggia, chi ci sarà, come sarà organizzata una situazione. Rileggono più volte un messaggio prima di inviarlo, controllano di aver chiuso la porta, pensano in anticipo a cosa potrebbero rispondere durante una conversazione difficile, preparano un piano B e spesso anche un piano C.

A volte questa modalità viene descritta semplicemente come precisione, organizzazione o carattere.

E in molti casi lo è.

Ma non sempre.

A volte il bisogno di controllare nasce anche da qualcosa di più profondo: dalla difficoltà del sistema nervoso a stare nell’incertezza.

Non significa necessariamente avere un disturbo d’ansia, né che ci sia qualcosa che non va nella nostra personalità. Significa piuttosto che, per alcune persone, sapere cosa succederà dopo produce una sensazione di sicurezza.

Quando tutto è prevedibile, il corpo può abbassare leggermente la guardia.

Quando invece qualcosa rimane indefinito, può comparire quella sottile tensione che porta a cercare informazioni, fare domande, controllare, anticipare scenari o immaginare in anticipo tutto ciò che potrebbe andare storto.

Ed è qui che il confine tra organizzazione e bisogno di controllo diventa interessante.

Controllare ci fa sentire meglio. Ed è proprio questo il problema

Il controllo funziona.

Almeno per un po’.

Se sono preoccupata perché non ricordo se ho chiuso la porta, torno indietro e controllo. Appena vedo che è chiusa, provo sollievo.

Se devo andare in un posto nuovo e l’incertezza mi mette agitazione, cerco l’indirizzo, guardo Street View, controllo dove parcheggiare e calcolo il percorso. Improvvisamente mi sento più tranquilla.

Se qualcuno non risponde a un messaggio, magari provo a rileggere la conversazione, controllo quando era online oppure cerco di capire se ho scritto qualcosa di sbagliato. Anche questo tentativo di trovare una spiegazione può ridurre momentaneamente l’incertezza.

Il cervello registra il risultato: ero agitata, ho controllato, mi sono sentita meglio.

E quindi la volta successiva sarà ancora più facile ricorrere allo stesso comportamento.

Non perché siamo deboli o ossessivi, ma perché il nostro sistema nervoso tende naturalmente a ripetere ciò che in passato ha ridotto una sensazione spiacevole.

Il problema nasce quando il sollievo dipende sempre dal controllo.

Perché a quel punto rischiamo di imparare, implicitamente, qualcosa del tipo: “Sto bene solo quando so tutto”, oppure “Se non controllo, potrebbe succedere qualcosa”.

Il vero problema spesso non è ciò che potrebbe accadere

Molte volte non abbiamo paura soltanto dell’evento in sé.

Abbiamo paura di non sapere.

Non sapere come andrà una visita.

Non sapere cosa pensa qualcuno di noi.

Non sapere perché una persona non risponde.

Non sapere se quel dolore passerà.

Non sapere se qualcosa cambierà.

L’incertezza lascia uno spazio vuoto e la mente prova immediatamente a riempirlo.

Comincia allora a costruire ipotesi, scenari e possibili spiegazioni.

“E se succede questo?”

“E se invece volesse dire quello?”

“E se non fossi preparata?”

Il problema è che il cervello non sempre utilizza la previsione soltanto per pianificare. Può usarla anche come tentativo di protezione.

Anticipare una situazione ci dà l’impressione di essere più pronti.

E così, senza accorgercene, possiamo passare molto tempo a prepararci a cose che non sono ancora successe.

Quando il corpo arriva prima della mente

A volte diciamo: “Non sono ansiosa”.

E magari è vero: non ci sentiamo particolarmente preoccupati.

Eppure il corpo racconta qualcosa di diverso.

Le spalle sono rigide, la mandibola serrata, il respiro corto. Facciamo fatica ad aspettare una risposta, ci irrita un cambio di programma all’ultimo minuto, sentiamo il bisogno di risolvere subito ogni questione aperta.

Questo accade perché la risposta del sistema nervoso non passa sempre attraverso un pensiero cosciente.

Possiamo percepire qualcosa come poco prevedibile o poco sicuro prima ancora di riuscire a spiegare a parole cosa ci sta disturbando.

Il corpo aumenta leggermente l’attivazione, l’attenzione diventa più vigile e la mente comincia a cercare informazioni.

Ed ecco che controllare diventa un modo per ridurre quella sensazione.

Controllare non significa voler comandare tutto

Quando parliamo di “bisogno di controllo”, la frase può sembrare quasi un’accusa.

Come se indicassimo una persona rigida, dominante o incapace di lasciarsi andare.

Ma il controllo può assumere forme molto meno evidenti.

Può essere il bisogno di preparare mentalmente una conversazione prima che avvenga.

Può essere controllare continuamente il telefono aspettando una risposta.

Può essere cercare per ore informazioni su un sintomo.

Può essere organizzare ogni dettaglio di una vacanza perché l’idea di improvvisare genera disagio.

Può essere avere difficoltà a delegare perché “se lo faccio io so come viene”.

Può essere perfino ripensare continuamente a qualcosa già accaduto, cercando di capire se avremmo potuto comportarci diversamente.

In tutti questi casi stiamo cercando una cosa molto simile: ridurre l’incertezza.

Ma allora dovremmo smettere di controllare?

No.

Sarebbe un’altra semplificazione.

Il controllo è utile.

Organizzare, prevedere e pianificare sono capacità preziose. Ci aiutano a lavorare, viaggiare, prendere decisioni e affrontare situazioni complesse.

La domanda interessante non è quindi “controllo troppo?”.

È piuttosto:

“Come mi sento quando non posso controllare?”

Perché è lì che spesso troviamo qualcosa.

Se un cambiamento di programma genera soltanto un piccolo fastidio, probabilmente riusciamo ad adattarci.

Se invece produce una forte agitazione, la sensazione che qualcosa stia sfuggendo di mano o il bisogno immediato di ristabilire ordine, allora può essere utile osservare cosa succede nel corpo.

Non per giudicarci, ma per conoscerci meglio.

Dove entra il NeuroYoga

Il NeuroYoga non serve a insegnarci a “lasciare andare tutto”.

Personalmente trovo poco utile dire a una persona ansiosa semplicemente di lasciar andare. Se fosse così facile, probabilmente lo avrebbe già fatto.

Il lavoro può essere molto più concreto.

Durante una pratica possiamo osservare come reagiamo quando qualcosa cambia.

Per esempio, possiamo muoverci lentamente e notare il momento in cui compare il desiderio di anticipare il movimento successivo. Possiamo restare qualche secondo in una posizione semplice senza dover fare subito qualcosa. Possiamo prestare attenzione all’appoggio dei piedi, al respiro, al contatto del corpo con il tappetino e alle sensazioni presenti.

In questo modo non stiamo dicendo al corpo “non avere paura”.

Gli stiamo offrendo un’esperienza diversa.

Stiamo sperimentando che può esistere un momento in cui non sappiamo esattamente cosa verrà dopo e, nonostante questo, possiamo rimanere presenti.

Questo è un punto importante.

Il sistema nervoso non cambia soltanto perché abbiamo capito qualcosa razionalmente.

Possiamo sapere perfettamente che una situazione è sicura e continuare comunque a sentirci tesi.

Per questo l’esperienza corporea può diventare interessante: permette di sperimentare concretamente condizioni diverse.

Imparare a tollerare piccole dosi di incertezza

L’obiettivo non è diventare persone completamente spontanee che non pianificano mai nulla.

È sviluppare un po’ più di flessibilità.

Possiamo iniziare da situazioni piccole.

Lasciare una domanda senza risposta per qualche minuto in più.

Non controllare immediatamente il telefono.

Fare una passeggiata senza stabilire ogni dettaglio del percorso.

Accorgerci del desiderio di controllare senza rispondere subito a quell’impulso.

E osservare cosa succede nel corpo.

Forse comparirà tensione.

Forse impazienza.

Forse la mente inizierà a produrre scenari.

A quel punto la pratica non consiste nel far sparire quelle sensazioni, ma nel restare abbastanza presenti da accorgerci che possiamo attraversarle.

È un allenamento alla flessibilità, non alla perfezione.

A volte il controllo racconta una storia

Dietro la necessità di prevedere tutto può esserci una storia fatta di periodi in cui la vita è stata poco prevedibile, di responsabilità assunte troppo presto, di momenti in cui essere preparati era realmente importante.

Per questo penso che dovremmo guardare al bisogno di controllo con un po’ più di curiosità e un po’ meno di giudizio.

Prima di dirci “devo smettere di controllare tutto”, potremmo domandarci:

“Che cosa sto cercando di ottenere attraverso il controllo?”

Una risposta potrebbe essere: sicurezza.

Un’altra potrebbe essere: sollievo.

Oppure semplicemente la sensazione di essere preparati.

E quando comprendiamo ciò che stiamo cercando, possiamo iniziare a chiederci se esistono altri modi per offrirlo al nostro sistema nervoso.

Forse non è soltanto carattere

Essere precisi, organizzati e previdenti può far parte della nostra personalità e non c’è nulla di sbagliato.

Ma se dietro quella precisione sentiamo costantemente tensione, se l’incertezza diventa difficile da sopportare e se abbiamo bisogno di sapere, prevedere o controllare per riuscire a sentirci tranquilli, forse vale la pena osservare la questione anche da un altro punto di vista.

Non per trovare un’altra etichetta.

Ma per capire cosa accade.

Perché a volte non stiamo cercando davvero di controllare il mondo.

Stiamo cercando di convincere il nostro corpo che possiamo affrontare quello che succederà.

E forse il passaggio più importante non è imparare a prevedere tutto.

È scoprire, poco alla volta, che possiamo sentirci sufficientemente al sicuro anche quando non conosciamo già la risposta.

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