Perché nello Yoga si uniscono pollice e indice? Tra simbolismo, meditazione e NeuroYoga

Se hai praticato Yoga o meditazione, probabilmente hai fatto questo gesto almeno una volta: le mani appoggiate sulle ginocchia, il palmo rilassato e la punta del pollice che incontra delicatamente quella dell’indice.

È un gesto così conosciuto da essere diventato quasi un simbolo universale della meditazione.

Ma perché proprio queste due dita?

E soprattutto: c’è qualcosa che accade davvero quando le uniamo oppure si tratta soltanto di un simbolo?

La risposta diventa particolarmente interessante quando proviamo a osservare lo stesso gesto da due prospettive diverse: quella della tradizione yogica e quella del corpo.

Un piccolo gesto con un grande significato

Nella tradizione dello Yoga, le posizioni delle mani vengono chiamate mudra.

Uno dei gesti più conosciuti è quello in cui pollice e indice si incontrano formando un piccolo cerchio, mentre le altre tre dita rimangono distese.

A seconda della posizione della mano e della tradizione di riferimento, possiamo incontrare denominazioni e interpretazioni differenti, tra cui Jnana Mudra e Chin Mudra.

Al gesto viene attribuito un significato simbolico profondo.

Il pollice rappresenta il principio universale, la coscienza assoluta.

L’indice rappresenta invece la coscienza individuale, l’io.

Quando indice e pollice si incontrano, il gesto diventa quindi una rappresentazione dell’incontro tra ciò che percepiamo come individuale e qualcosa di più grande.

Nella filosofia indiana questo concetto viene spesso espresso attraverso due termini:

Ātman, il Sé individuale.

Brahman, la realtà assoluta o universale.

Il piccolo cerchio formato dalle dita diventa così un simbolo di unione.

Ed è interessante ricordare che la stessa parola Yoga deriva dalla radice sanscrita yuj, legata all’idea di unire, congiungere.

E le altre tre dita?

Anche medio, anulare e mignolo hanno ricevuto nel tempo diverse interpretazioni simboliche.

A seconda delle tradizioni possono rappresentare qualità della natura, stati della mente oppure aspetti dell’esperienza che mantengono l’essere umano legato alla percezione della separazione e al mondo materiale.

Non esiste però un’unica interpretazione valida per tutte le scuole yogiche.

Ed è importante dirlo.

Quando ci avviciniamo a tradizioni così antiche, infatti, rischiamo facilmente di trasformare interpretazioni simboliche nate in epoche e scuole differenti in regole universali che, storicamente, non lo sono.

Il valore del simbolo non diminuisce per questo.

Possiamo semplicemente riconoscerlo per ciò che è: un linguaggio attraverso il quale una tradizione ha cercato di rappresentare concetti difficili da esprimere a parole.

Ma cosa succede realmente quando pollice e indice si toccano?

Qui possiamo cambiare prospettiva.

Lasciamo per un momento il significato simbolico e osserviamo semplicemente il corpo.

Quando avvicini lentamente pollice e indice e lasci che i due polpastrelli si tocchino, puoi percepire immediatamente qualcosa.

Pressione.

Temperatura.

Contatto.

Forse una leggerissima pulsazione.

Se diminuisci ancora la pressione, devi prestare maggiore attenzione per continuare a percepire quel punto di contatto.

Ed è proprio qui che questo antico gesto può diventare interessante anche in una pratica contemporanea.

Non abbiamo prove solide per affermare che unire pollice e indice produca, di per sé, particolari effetti neurologici o che attivi specifici circuiti energetici.

Possiamo però utilizzare quel contatto come ancora sensoriale.

I polpastrelli sono aree estremamente sensibili del nostro corpo. Il contatto tra le dita genera quindi un’informazione tattile semplice e costante.

Durante la meditazione possiamo scegliere di portare l’attenzione proprio lì.

Sentire.

Perdere il contatto con quella sensazione.

Accorgercene.

E tornare a sentirla.

Non dobbiamo impedire alla mente di pensare.

Abbiamo semplicemente creato un luogo del corpo nel quale poter tornare.

Dal simbolo all’esperienza

Ed è proprio qui che, per me, tradizione yogica e NeuroYoga possono incontrarsi senza che una debba dimostrare scientificamente l’altra.

La tradizione può offrirci un significato:

“Io mi unisco.”

Il corpo può offrirci un’esperienza:

“Io sento il contatto.”

E l’attenzione può riportarci al momento presente:

“Io torno qui.”

Tre livelli differenti dello stesso gesto.

Simbolo.

Sensazione.

Presenza.

Forse non abbiamo bisogno di scegliere tra l’antico significato del mudra e ciò che sappiamo oggi del funzionamento dell’attenzione.

Possiamo semplicemente praticare con entrambi.

La prossima volta che mediti, prova ad appoggiare le mani sulle gambe e lascia che pollice e indice si incontrino appena.

Non stringere.

Cerca il contatto minimo necessario per riuscire ancora a percepirlo.

Poi chiudi gli occhi.

E ogni volta che ti accorgi che l’attenzione è andata altrove, non combattere con il pensiero.

Torna semplicemente a quel piccolo punto di contatto tra le dita.

Simbolicamente: io mi unisco.

Concretamente: io sento il contatto e torno qui.

Ed è possibile che, qualche volta, un gesto piccolissimo sia sufficiente per ricordarci dove siamo.

Qui.

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